“Pensare la città”, ha detto il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero, “è pensare la vita” (1). Perché le città è il luogo concreto dove si svolge quotidianamente l’ esistenza di milioni di persone. Essa rappresenta l’habitat naturale dell’uomo moderno.
Come tutti gli ambienti abitati da esseri viventi, anch’essa col tempo viene modificata dai suoi abitanti, e a sua volta li trasforma. E’ un corpo vivo, la città. Con il variare delle sue forme architettoniche, delle sue strutture edilizie, della forma delle strade ci accompagna nel costante mutare delle nostre società. Se accettiamo questo presupposto non vi è dubbio che stiamo assistendo ad una trasformazione epocale delle nostre città, e con essa delle nostre comunità. Secondo Padre Bartolomeo Sorge S.J. : _”Il quadro è preoccupante. La configurazione tradizionale della città va scomparendo. (…) Il tessuto sociale è lacerato. E’ nato un nuovo modo di concepire “l’abitare”, in seguito allo smembramento del territorio e soprattutto a causa della massiccia presenza di immigrati e alla crescente divaricazione tra ricchi e poveri”_(2). Il sociologo Aldo Bonomi lo ha definito un mutamento antropologico, talmente profondo da richiedere nuovi linguaggi e nuove forme di governo, di cui ancora non disponiamo (3).
La trasformazione delle nostre città è infatti radicale quanto repentina. Il loro corpo sembra quello di un adolescente: in poco tempo le sue membra si sono allungate, dilatandosi. Il loro profilo è cambiato al punto da sembrare irriconoscibile anche a chi, come i suoi abitanti, lo conoscevano da sempre. Ed ora faticano a comprenderlo, ad entrare in relazione con esso. Perché, proprio come un adolescente, non hanno cambiato solo le loro forme, ma anche linguaggi e abbigliamento: ci sono nuove persone che le abitano e contribuiscono a renderle differenti da come le conoscevamo. Persone che parlano lingue diverse, vestono anche in modo diverso, multietnico, contribuendo a cambiare il volto dei nostri centri urbani.
Il fenomeno dell’espansione della città è comune a tutto il Nord Italia. Ovunque le zone urbanizzate si sono ampliate a dismisura, al punto da spingere alcuni studiosi a dichiarare l’esistenza di un’unica, enorme area metropolitana, lunga da Torino fino a Trieste (4). E’ un unico agglomerato composto da una infinita successione di capoluoghi di provincia, paesi, campagne, centri commerciali, capannoni industriali. Tutti interconnessi in un costante, infinito flusso di traffico locale e globale, fatto di persone, mezzi, informazioni, merci. A ricordarci l’antica identità dei luoghi sono solo piatti cartelli, che dividono confini ormai obsoleti.
Viene naturale chiedersi in questa esplosione ipertrofica dei centri abitati, dove finiscano i centri abitati ? Dove si trovi ormai il loro delimitare, quello che i romani chiamavano il limes ? Sembra scomparso, dissolto. Ma dichiarare la fine del limes non è un affermazione di poco conto, anzi. Perché se la città non ha più confini, è illimitata, diventa quella che Massimo Cacciari definisce “città infinita” (5). Senza limes non è più città. E se non è più città, allora cos’è? “La città-non città” sostiene il filosofo veneziano, “diventa un territorio formato da connessioni variabili dentro paesaggi ibridi”. La parola territorio, continua Cacciari, “è una, parola la cui radice greca è terreos, la stessa di paura, terrore, insicurezza”. E’ il contrario della città, che invece è ventre che raccoglie, che contiene.
Questa distinzione non è solo filosofica. La differenza tra essere città e diventare territorio mette in discussione i fondamenti politici e amministrativi che, dalla polis dell’antica Grecia fino alla Costituzione italiana, sono stati alla base dell’organizzazione del nostro vivere civile. Significa dover ridefinire il contenuto di valori universali come Democrazia, Cittadinanza e Comunità.
DEMOCRAZIA, CITTADINANZA E COMUNITÀ NELLA CITTÀ INFINITA.
I termini della questione li descrive in maniera chiara, quanto sintetica, Patrizia Messina, docente di Scienza della Politica all’Università di Padova. Scrive Messina “la città in Europa nasce come limes, come confine che delimita e cinge. La città nasce come installazione in un luogo, come ordine del mondo. Paolo Perulli (2007) fa notare come territorio e popolo siano designati dalla stessa parola . demos. Il territorio coincide con il popolo che insiste su di esso. La democrazia si fonda sul popolo di un determinato territorio. (…) La città che esce dai confini, diventa città illimitata.” (6)
L’etimo della parola democrazia infatti deriva dal greco. E’ composta dalle parole demos, che come abbiamo visto somma le parole popolo e territorio, e da kratos, governo. Con questa indichiamo il governo del popolo insediato su un determinato territorio, che riconosce come proprio. Non sono concetti così lontani come a prima vista potrebbero sembrare. Si trovano tutti racchiusi nella scheda elettorale con cui scegliamo i nostri Sindaci.
Quando esprime il proprio voto, universale e segreto, il popolo, composto dalle persone iscritte all’anagrafe del comune, cittadini di quel territorio, sceglie da solo, in autarchia, coloro che decideranno in autonomia rispetto agli altri Comuni le regole per governarlo. Nel rispetto del quadro normativo più generale stabilito da Province, Regioni e dallo Stato, e in primis dalla Costituzione, la comunità insediata su un determinato territorio esprime il suo governo, che in suo nome esercita su di esso il potere. Popolo, territorio, autarchia, autonomia sono le caratteristiche giuridiche fondamentali dell’Ente locale.
Ma se la città non ha più confini, quando diventa infinita, illimitatamente interconnessa con altre, queste categorie di governo del territorio come si declinano? Come riconosciamo la comunità legittimamente insediata in quel luogo? La residenza di una persona si fissa dove ha abituale dimora, ma com’è cambiato il modo di risiedere un territorio? Coincidono ancora il sentimento di appartenenza ad una comunità con l’anagrafe?
A questa serie di domande ha tentato di rispondere una ricerca dello IUAV di Venezia, pubblicata nel maggio 2007, sulle trasformazioni sociali e urbanistiche del Veneto centrale. Contiene il risultato di un’analisi campionaria della popolazione dell’area, per capire l’evoluzione delle dinamiche sociali di questa parte del Nordest (7). Da questo studio si evince il profondo cambiamento del tessuto sociale delle nostre durante gli ultimi dieci anni. La ricerca è ricca di numeri e di argomentazioni, ma un dato spicca su tutti: dai capoluoghi di Padova, Treviso e Venezia quasi la metà della popolazione compresa tra i diciotto e i settanta anni è uscita per andare a risiedere verso comuni limitrofi (46,8%). Questo spostamento ridisegna radicalmente la composizione delle città, del centro e della periferia.
Un altro aspetto fondamentale sottolineato dagli Autori, è il profondo cambiamento nel modo di vivere e partecipare il territorio, che ne ridefinisce le gerarchie. Sempre meno le persone uscite dai capoluoghi vi rientrano come pendolari. Sono usciti all’esterno dei capoluoghi e su assi esterni si spostano. Perché assieme ai cittadini dai centri urbani sono usciti i luoghi del vivere quotidiano: il lavoro, il consumo, il divertimento, le amicizie. Presentiamo alcuni dati in questo senso. In dieci anni sono aumentati del 33,2 % le persone che si recano per lavoro fuori dal proprio comune. Il 32,3% degli intervistati dichiara che poche o quasi nessuna delle persone amiche frequentate abitualmente vive nello stesso Comune. A loro volta gli ipermercati, i grandi centri commerciali, comprensivi di centri di divertimento si sono moltiplicati fuori dal perimetro della città.
L’infinita possibilità e insieme l’infinito bisogno di movimento dato dalla modernità decreta la fine dei loci, dei luoghi ricchi d’identità. Mette in discussione la supremazia gerarchica del centro sulla periferia e la sua rappresentazione dell’ ordine sociale. Che resisteva da secoli.
Come dice Messina: la città pensata come un centro, quindi non ha più senso. Il centro è ovunque, il confine da nessuna parte, e viceversa (8). Anche questo può sembrare un concetto lontano, ma in realtà per i nostri paesi rappresenta un passaggio fondamentale: basta pensare alla piazza di Mirano. Questo luogo, qui come in tante città d’Europa grandi e piccole, ha da sempre rappresentato il centro del paese, e per certi versi, qui da noi, del Comprensorio. In essa trovano sede i simboli di ogni città europea: il Municipio, la Chiesa, il mercato, le scuole, i negozi. Ma soprattutto, e per Mirano in particolare, la Piazza è stata per lungo tempo un grande palcoscenico. Chi la abitava, chi vi risiedeva, era il protagonista principale. Man mano che ci si allontanava, si ricopriva via via un ruolo marginale, da comprimari a comparse. In questo chi la occupava, contava, il resto della comunità un po’ meno. La distanza dal centro della propria abitazione diventava il metro del “valore sociale” di ogni miranese. Tanto da ispirare a Gianna Marcato, docente di Dialettologia dell’Università di Padova, il fortunato titolo di una sua opera : _“Contadini ‘so dai ponti”_(9), che significa: contadini, giù dalle passerelle che fungevano da ponte sopra i corsi d’acqua che cingevano la piazza, appunto, e che venivano ritirati la sera, segnando la demarcazione fisica tra chi il centro lo abita, e chi vi è solo in transito. Tra chi conta e resta, e chi invece se ne deve andare. **
Questo scenario è radicalmente mutato. Secondo lo studio dello Iuav anche nel Veneto centrale si sta concretizzando quello che il professor Francesco Indovina, docente di Pianificazione all’Università di Venezia, definisce un _“arcipelago metropolitano”_(10), fenomeno finora tipico delle grandi città europee.. Come tante isole di un arcipelago, le funzioni diverse del vivere si diffondono nel territorio secondo una specializzazione territorialmente articolata, fatta di micro-poli specializzati (il commercio, il tempo libero, l’istruzione superiore, etc).
Le diverse specializzazioni prima concentrate nei centri storici si sono distribuite su più luoghi, dando vita ad una rete di città, che noi leghiamo con flussi individuali di traffico, seguendo un personale labirinto, che ognuno di noi percorre con un suo filo di Arianna. Ciascuno snoda il suo sempre più spesso in automobile, insieme a centinaia di altri automobilisti, creando così un costante flusso di traffico liquido, a tratti melmosamente lento.
“Il viaggio”, ha detto Enzo Rullani della “Venice International University”(11), è diventato lo “spirito del tempo”. In auto, in una costante sequenza di “stop and go”; freno-frizione-acceleratore, dentro a colonne di auto riannodiamo il filo della vita quotidiana: portiamo i figli a scuola, poi di corsa al lavoro, presto al supermercato, magari una scappata al cinema e ritorno. Il nostro viaggio scorre tra luoghi spesso vicini, ma diversi, e che rispondono a bisogni diversi. Diventiamo fruitori di più luoghi, apparteniamo a più posti che soddisfano bisogni e identità diverse: il lavoratore, il membro di una famiglia, l’amicizia, la parrocchia. Siamo di più luoghi. Il fenomeno non risparmia il Miranese.
L’ARCIPELAGO URBANO DEL MIRANESE
Il fenomeno della fine della città tradizionalmente intesa, con le sue problematiche interroga anche il Comprensorio del Miranese. Basta percorrerne le strade e osservare il nostro paesaggio, dove, l’embrione del Passante ne sfigura i connotati. Anche qui la domanda sorge spontanea: dove finisce Noale e inizia Salzano; dov’è il limes di Spinea e quello di Mirano, o di Martellago? Non sembrano piuttosto essere divenute anch’esse un’unica area, strettamente interconnessa dai flussi di traffico che liquidamente le attraversano? Insomma non assomigliano anch’esse alla Città infinita?
Sono paesi dove una nuova stagione di espansione edilizia, assieme ai lavori per il Passante, hanno reso ibrido il paesaggio, in continua trasformazione. Il costante nomadismo a cui ci costringe la nostra modernità qui si concreta fino alla contraddizione estrema: tutti vorremmo al mattino nuove strade per recarci velocemente a lavorare, a svagare, a consumare quando siamo cittadini automobilisti. Viceversa le aborriamo la sera, quando parcheggiamo la macchina in garage e non più nomadi, ridiventiamo cittadini residenti. Ecco che quando si arriva il Passante, grazie al quale potremo andare velocemente da Crea a Martellago (10 minuti), quando si arriva a chiedere le tangenziali per Mirano, scoppia il paradosso: il nostro essere automobilista esulta, il nostro Io residente si dispera, in un lacerante conflitto di identità. Il fenomeno del nomadismo è del Miranese come di tanti altri luoghi. Qui però ha un aspetto particolare. In molti territori il cittadino uscito di casa per strutturare la sua rete di connessioni si muove dentro a più luoghi, posizionati però attorno ad un unico capoluogo di provincia. L’antico limes della città si liquefa, per confluire almeno in parte, dentro alle forme del limes di un ente superiore, la Provincia appunto, cioè un altro minimo comune denominatore istituzionale. Sembrerebbe quindi facilmente risolutivo sostituire l’uno con l’altro, magari dando vita alla Città Metropolitana. Con questa forma giuridica, prevista dalle riforme dell’ordinamento degli enti locali , il concetto di centro e periferia in crisi si ricomporrebbero dentro un sistema più largo, riconosciuto a livello istituzionale, con un governo del territorio eleggibile e identificabile. I fruitori di più territori ritornerebbero cittadini dentro un ambito amministrativo più ampio, con dei responsabili eletti, interpellabili e rinnovabili, competenti su un’area più vasta.
Il Miranese invece non ruota attorno ad un unico capoluogo che ha cambiato identità mettendo in crisi il suo rapporto con la periferia. Nel Piano territoriale redatto per la Provincia di Venezia gli Autori, Zanon del Coses e Marcato dell’Università di Padova (12), fanno notare come, ad esclusione di Spinea, gravitante soprattutto su Venezia e Mestre, la mobilità del comprensorio ruota per la maggior parte dentro al suo interno, intorno al Miranese. Quante sono le persone che abitano ad esempio a Santa Maria di Sala o frazioni e portano i figli dai nonni o a scuola a Mirano, vanno a lavorare a Scorzé, fanno la spesa a Noale, accompagnano i bambini al parco di Spinea? Le connessioni le potremmo declinare all’infinito, il risultato non cambierebbe. Questo avvitamento è frutto di molti mutamenti, in particolare va sottolineato quello delle zone produttive. Su questo i numeri parlano chiaro. Dei cinquantamila dipendenti nel settore industriale insediati fino agli anni Sessanta a Porto Marghera, ne rimangono, non si sa ancora per quanto, undicimila. Nella ex zona agricola tra Santa Maria di Sala, Noale e Scorzé gli addetti nell’industria sono diecimilacinquecento. Senza contare poi i residenti del comprensorio impiegati nei poli di Padova e Treviso. Con Venezia sono infatti questi i centri che influenzano l’area del Miranese, a vari livelli: amministrativo, economico, culturale religioso. Questo arcipelago urbano da un lato ruota intorno a se stesso, dall’altro gravita seppur in maniera diversa intorno a tre capoluoghi; i quali sono così influenti da imporre l’organizzazione delle infrastrutture, compreso il Passante che, travolgente come uno tsunami, è concepito per riconnettere a livello globale il traffico tra l’Est/Sud e l’Ovest/Nord dell’Europa, e a livello locale Padova a Treviso, bypassando Venezia. Non è solo una strada, seppur grande. Cambia la forma, il paesaggio, l’identità stessa dell’intero comprensorio.
Da tre capoluoghi sono giunti anche molti nuovi abitanti delle nostre città, contribuendo a ridisegnare la comunità. All’ interno del Comprensorio Mirano e Noale espellono cittadini giovani che non possono comprarsi la casa perché troppo costosa; è noto, per esempio che a parità di prezzo a Mirano si compra un appartamento, da un’altra parte una casa a schiera. Allora si va altrove, anche a pochi chilometri di distanza. Alcuni dati parlano chiaro: secondo la stessa Amministrazione comunale uscente di Mirano, nell’arco di dieci anni sono usciti da Mirano il 50% dei giovani di età compresa tra i quindici e i trent’anni (13). Il capo-luogo del Miranese si svuota dei suoi figli, lasciando spazio a nuovi residenti, italiani e stranieri, ai facoltosi e ai molto poveri. Facoltosi come sono appunto gli ex-cittadini veneziani e padovani, che vendendo a cifre consistenti le loro case nei centri storici, dispongono di alta liquidità e comprano agevolmente qui per loro e anche per i figli (fenomeno locale). Oppure arrivano persone di etnie straniere, spesso provenienti da paesi poveri, che per ammortizzare i costi sovraffollano oltre misura le case o accettano di abitare zone o appartamenti poco pregiati, se non proprio degradati;(fenomeno globale). L’ex residente intanto sceglie i paesi limitrofi perché offrono case più grandi a prezzi più bassi, per minori oneri di urbanizzazione, con minori tasse ma anche minori servizi. Così le città più importanti del Miranese vedono uscire i cittadini dalla porta, per poi vederli rientrare dalla finestra perché, assieme ad altri non residenti, le attraversano incrementando il traffico locale con quello di attraversamento, per raggiungere servizi altrove assenti: come: l’ospedale, la piscina comunale, la scuola comunale, la formazione (es. un amico di Mirano ci ha fatto notare che al corso di lingua spagnola finanziato dal Comune lui era l’unico miranese), la cura delle generazioni separate (nipoti e anziani). Ho sottolineato comunale, cioè gestita dal Comune dove si risiedeva in precedenza, con i servizi di cui non si dispone nella nuova città d’adozione.
Usufruire di servizi diversi in luoghi diversi diventa come abbiamo visto uno dei connotati della modernità, frutto in primo luogo della estrema possibilità di movimento concessa dall’automobile. La cosa non deve essere necessariamente letta solo in chiave negativa. Ma non vi è dubbio che innesca problematiche sociali, ambientali, amministrative , che spesso sfociano in contraddizioni. Queste contraddizioni vanno riconosciute e comprese, per essere risolte in modo nuovo e soprattutto non con logiche campanilistiche.
LE CONTRADDIZIONI DI UN TERRITORIO: FARLE EMERGERE PER TENTARE DI RISOLVERLE
Vediamo allora alcune di queste contraddizioni, tentando di partire da alcuni temi venuti a galla nei nostri Circoli. Se accettiamo il presupposto che il Miranese sia un arcipelago urbano, dove i cittadini si muovono come utilizzatori di servizi diversi in paese diversi cosa ne deriva?
Il primo elemento sostanziale dell’arcipelago è la mobilità al suo interno. Dato il Miranese come tale, è possibile che ci sia un autobus ogni ora tra Mirano e Salzano, per non parlare di altre cittadine limitrofe?
Ancora, per risparmiare si accentrano gli ospedali, scaricando però sulla popolazione il disagio del trasporto per raggiungerli: ci abbiamo pensato? La popolazione italiana, quindi anche miranese, vedrà una crescita esponenziale dell’anziano nei prossimi anni. Anziani che avranno senza dubbio bisogno di molte visite ospedaliere, analisi mediche, se non vorranno o non potranno usare l’auto. Chi li porterà all’ospedale di Mirano o di Noale, o di Dolo, o addirittura a Zelarino? Adesso ci spostiamo per portargli i bambini, domani ci sposteremo, spero, per accudirli. Il parcheggio dell’ospedale dovrà essere grande allora almeno il triplo. L’anziano disporrà anche di sempre maggior tempo libero, e di minori negozi di prossimità, come si muoverà? Le iniziative culturali e commerciali devono essere solo nello stesso paese? E se sono fuori? Sono solo alcune veloci considerazioni. Perché se dobbiamo continuamente muoverci a causa delle dispersione dei luoghi, o litighiamo all’infinito sulle strade, oppure saniamo la contraddizione cominciando a riflettere su un nuovo sistema di circolazione, possibilmente pubblico, ecologico, condiviso e sovracomunale. Ma chi lo progetta e chi deve gestirlo?
Durante la recente campagna elettorale per il rinnovo dell’Amministrazione comunale di Mirano si sono sentite diverse proposte in questo senso, come ad esempio: “facciamo gli autobus a metano per far transitare nella nostra città gli utenti di altri comuni, con bike sharing e car sharing (noleggio di bici e automobili, ndr),” parcheggi scambiatori gratuiti. Ma si apre un problema di risorse, chi li paga? A quale centro amministrativo di costo rispondono? A quello dei residenti? Chiudiamo allora Mirano agli altri?
Questo porta alla seconda contraddizione, quella economica. I “schei” interessano a tutti, specie adesso che lo Stato riduce i finanziamenti ai Comuni. Vediamo la fonte di contraddizione: il cittadino dalla residenza multipla, a livello economico-finanziario, a quale centro di costo corrisponde? Mirano è un centro di costo per 27000 abitanti, ma gli users, cioè gli utilizzatori della scuola comunale, delle strade comunali, della formazione finanziata dal comune, del mercato comunale, dei parcheggi comunali quanti sono? Durante la recente campagna elettorale qualcuno ha addirittura proposta di chiudere la “frontiera” alle auto dei non residenti, come se ciascun Comune potesse “gestire” solo i cittadini suoi.
Questa situazione contiene un dilemma democratico-istituzionale oltre che economico. Lo user non può rivendicare, né promuovere o bocciare i suoi erogatori di servizi, in quanto cittadino liquido non è residente. Viceversa il fornitore di servizi difficilmente riesce a far pagare allo user i servizi che riceve nell’ambito di politiche non condivise. Cosa che potrebbe per certi versi fare il cittadino della “città metropolitana”, chiedendo non più al Comune, ma (come abbiamo visto) all’ipotetico nuovo Ente Amministrativo una gestione più efficace delle risorse.
Qui invece le tensioni hanno una dimensione diversa. La coesione è più all’interno del Comprensorio, influenzato poi da tre Province. Soprattutto, ci dice il Coses, la maggior parte degli “users” è interna al comprensorio. La città ricca di proposte, Mirano, deve alzare le tasse per mantenere i servizi che altrove non ci sono. Diventa sempre più costosa, ma al contempo più attraente, calamita cittadini benestanti, con consumi ricercati, che alimentano negozi lussuosi, servizi costosi, insomma esclusivi, nel vero senso del termine. Escludono così che i soggetti deboli via via vengono espulsi, o generano altre fratture sociali. Lo testimonia la fatica delle famiglie meno abbienti che cercano di mantenere uno status relativamente elevato, consono alla città, come ha più volte sottolineato Monsignor Regazzo, Parroco di Mirano. Dal canto loro i piccoli paesi limitrofi intanto crescono enormemente: le nuove urbanizzazioni, che con le case a prezzi più accessibili attraggono in particolare persone giovani, costituiscono anche fonte di nuove entrate per l’Amministrazione locale che, pur vedendo incrementate le disponibilità di spesa, non sono ancora in grado di erogare gli stessi servizi dei capoluoghi, almeno a breve termine; intanto si sviluppano agglomerati urbani privi di opportunità, di spazi verdi, di centri di socializzazione, insomma centri senza anima, paesi senza comunità. Il disagio non è più solo economico ma diventa anche identitario. Quante volte sentiamo dire: “_abito_ a Salzano, o a Santa Maria di Sala, o nelle frazioni, ma sono di Mirano, di Noale…”?
Ma alla fine allora di dove sei? Dove costruisci Comunità? Se lo chiedono, secondo la “Vita del Popolo” gli stessi Parroci dei paesi “esplosi” del Miranese, in particolare dove la crescita dell’immigrazione di giovani coppie in fuga da altri centri troppo costosi ha raggiunto livelli esponenziali. E infine: dove ti senti Cittadino? Questa domanda, come le ciliegie ne porta un’altra: cosa significa essere cittadini di un arcipelago urbano?
LA FORMA DELL’ACQUA: RICOSTRUIRE IDENTITÀ E COMUNITÀ DELL CITTADINO “LIQUIDO”
Come scrive Francesco Indovina, docente di Urbanistica alla Facoltà di Architettura dell’Università di Venezia, l’esperienza individuale e collettiva dentro l’arcipelago metropolitano si svolge dentro a due livelli. Nel primo livello si svolge per ambiti ristretti, come sono il lavoro, la famiglia, la socializzazione, dentro luoghi spazialmente e socialmente ristretti, dall’identità comunitaria comunque fragile. Il secondo livello è l’ambito metropolitano, allargato, occasionale e non ripetitivo; come possono essere la soddisfazione di curiosità culturali, di consumo, di divertimento e che supera il normale circuito della vita quotidiana. Ma quello che più ci interessa è che la somma delle due esperienze dà vita ad una cittadinanza dall’identità liquida (14). Per spiegare meglio questo concetto, rubo una frase dal libro di uno scrittore che amo molto, Andrea Camilleri, il papà letterario del Commissario Montalbano, che molti conoscono per averlo visto in televisione. “Che fai? gli domandai. E lui, a sua volta, mi fece una domanda. Qual è la forma dell’acqua?. Ma l’acqua non ha forma! dissi ridendo: Piglia la forma che le viene data, prende la forma del recipiente che lo contiene”. Nel romanzo “La forma dell’acqua” (15) questa frase fornisce al poliziotto siciliano la chiave per risolvere un delitto. Qui aiuta noi ad approfondire la riflessione.
Come l’acqua non ha una forma propria, ma si adatta secondo le circostanze, il cittadino liquido prende forma a seconda dei luoghi che frequenta, delle funzioni che essi assolvono, in un processo che comprende il citato divario di interessi tra users e residenti. Per sanare questo potenziale conflitto, almeno tra abitanti del Comprensorio occorre ripensarne il contenitore istituzionale, con l’obiettivo di realizzare nuove forme di cittadinanza che rispondano al cambiamento, più rispondenti ai bisogni e alle identità della comunità.
Per questo secondo le ACLI del Miranese occorre sviluppare una riflessione articolata che, a partire dall’ipotesi condivisa del territorio visto come arcipelago urbano, evidenzi sinergie e incongruenze implicite in questo modello, che tuttavia prospetta la possibilità di ridisegnare comunità e cittadinanza dentro una rete policentrica composta dalle città del Comprensorio, riflettendo su più piani. In un processo di crescita del territorio promosso “dal basso” intendiamo raccogliere idee sulla gestione della mobilità, sulla crescita culturale ed economica della comunità; anche attraverso i nuovi strumenti dell’informatica, confrontando numeri, dati, elementi concreti, necessari per dare solidità alla riflessione, senza fermarsi alla sterile critica vorremmo elaborare proposte sostenibili compatibili con il progetto di una più ampia ri-organizzazione dell’Ente locale, secondo le innovazioni introdotte dal Testo Unico n. 267 del 18/08/2000.
La Sintesi, cioè la valutazione, l’implementazione, la realizzazione delle proposte spetterà poi ai Sindaci. Sono loro i decisori dentro la comunità, e al contempo sono l’attuale espressione democratica delle istanze e delle sensibilità del territorio. E la Democrazia, come diceva Winston Churchill “non è né l’unica, né necessariamente la migliore delle forme di governo possibile, ma per adesso è l’unica che abbiamo visto funzionare”, ed è quella in cui crediamo.
IL NOSTRO INVITO A COMPRENDERE, RICONOSCERE, PROGETTARE INSIEME.
Alla comunità è allora rivolto l’invito ad esplorare il “termine della città”; parafrasando un famoso libro dello scrittore francese Louis Ferdinand Cèline: “Viaggio al termine della notte” (16), per superare insieme la notte oscura dell’insicurezza, della paura, dell’incertezza che denota il nostro tempo. Per ricostruire Coesione sociale, Partecipazione, Comunità.
Sarà un percorso itinerante, in cui abbiamo chiesto di accompagnarci a persone colte ed autorevoli.
Iniziando in autunno, da Noale, cercheremo di capire dove viviamo, come sia mutata la città, quanto sia ancora molto importante il valore della Comunità e la necessità di ri-declinare il significato della parola “Cittadinanza”. Con noi ci saranno l’urbanista Edoardo Salzano, docente di Pianificazione urbanistica all’Università di Venezia, per raccontarci dove viviamo, come sia mutata la “Città”; Monsignor Giuseppe Rizzo, Vescovo vicario della Diocesi di Treviso, ci illustrerà l’importanza e il valore della “Comunità”. Il dottor Gianni Saonara, membro del Centro Studi Toniolo di Padova e Responsabile della Formazione Sociale e Politica in quella Diocesi, approfondirà il valore e i nuovi contenuti della parola “Cittadinanza”.
In un secondo incontro, a Mirano, cercheremo di riconoscere l’arcipelago urbano del Miranese, attraverso i dati sulla mobilità, la distribuzione dei luoghi importanti nel Comprensorio, che ne dimostrano la stretta interconnessione e la necessità di studiare come si possa superare l’odierno impasse mediante l’organizzazione di una rete policentrica di città; ci aiuterà la professoressa Patrizia Messina, docente alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova. Nel terzo incontro conclusivo, a Salzano, vorremmo invitare tutti i Sindaci del Comprensorio Miranese per consegnare loro il materiale raccolto, frutto delle riflessioni, delle idee, delle proposte della Società civile.
CONCLUSIONI
La “fine della città” pone in discussione tutti noi: come cittadini, membri di comunità, enti che ci rappresentano. Essa porta con sé la necessità di ripensare il territorio in chiave di organizzazione sovracomunale. Da più parti si teorizza la creazione di reti policentriche di città, in forme di organizzazione sovraterritoriale come strade da percorrere per promuovere la democrazia, la coesione sociale, lo sviluppo. Se intellettualmente rispondono ad un bisogno condiviso , concretamente sono difficili da realizzare. Le ostacolano il campanilismo, la burocrazia, consuetudini sedimentate. Anche qui come in molti altri settori della nostra vita si scontrano le tensioni della modernità e la rigidità della tradizione.
La sfida è complessa, ma non mancano esempi di prove politiche ben più ardue, realizzate in tempi più difficili, seppur da persone di altissimo livello. In un Europa dilaniata da una atroce guerra mondiale, un piccolo gruppo di grandi idealisti si spinse a pensare ad un’Unione tra Nazioni in quel momento nemiche. Alla fine di quel sanguinoso conflitto uomini illuminati come De Gasperi , Schumann, Adenauer ebbero il coraggio di costruirla, quell’Unione, per promuovere lo sviluppo, la pace, la democrazia in tutto il continente europeo.
Di fronte a questa impresa, ipotizzare delle forme di organizzazione sovracomunale del territorio è una sfida che impallidisce.
E’ difficile, non impossibile.
Chiudo allora con una frase del drammaturgo inglese G.B. Shaw, con cui Bob Kennedy concludeva i discorsi della sua campagna presidenziale del 1968:
“Alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono : Perché? Io sogno le cose che non ci sono mai state e dico: Perché no?”.
Bibliografia:
1. Dall’intervento di A.Olivero all’Incontro di studi delle Acli “I luoghi dell’abitare”, Orvieto 2007
2. B.Sorge S.J.,”Una città a misura d’uomo”, in Aggiornamenti Sociali,Gennaio 2007
3. A. Bonomi e A. Abruzzese ( a cura di ), “La città infinita”,Milano, Bruno Mondatori ed.,2004, pp.320
4. G.Mazzocchi e A. Villani ( a cura di), “Sulla città, oggi n.7”, Milano, Franco Angeli ed, 2004, pp.272
5. M. Cacciari,” Nomadi in prigione”, da “La citta infinita”, op.cit.
6. P. Messina, “Aree metropolitane nell’Italia settentrionale, ritrovare città e comunità”, 2008
7. Doria L. (a cura di), “Le dinamiche socio territoriali del Veneto centrale”,Un. Iuav di Venezia,2007 consultabile in: iuav.inet2.it/dp/materiali/metropolizzazione/Dinamiche.pdf
8. P. Messina, cfr.
9. G.Marcato e F.Ursini, “Contadini ‘so dai ponti”, Mirano, Comune di Mirano ed.,1986,pp 422
10. F.Indovina “La pianificazione dell’arcipelago metropolitano. I casi di Barcellona e Bologna”, in “Area vasta”,n.8/9,2004; consultabile in: areavasta.provincia.salerno.it/av_2004n8e9/osservatorio_europa
11. E. Rullani,”La città infinita: spazio e trama della modernità riflessiva”, da “la città infinita”, op.cit.
12. G.Marcato,G.Zanon; “Il Piano territoriale del Miranese”, Venezia,Coses,2001
13. Comune di Mirano, “Dieci anni di governo della città. Bilancio di mandato 1998 – 2008”. Da www.comune.mirano.it
14. F.Indovina, cfr
15. Camilleri A., “La forma dell’acqua”, Palermo, Sellerio,2001, pp.173
16. Céline L.-F., “Viaggio al termine della notte”, Milano,Corbaccio ed.,2003, pp.575
Consigliamo inoltre a chi volesse approfondire il concetto di liquidità le opere di uno dei più importanti sociologi del nostro tempo, Zygmunt Bauman, che non abbiamo direttamente citato, ma che sono state illuminanti nel nostro percorso. Ne indichiamo alcune:
Z.Bauman, “Modernità liquida”, Bari, Laterza, 2003
Z.Bauman, “Vita liquida”, Bari, Laterza,2006
Z.Bauman, “La solitudine del cittadino globale”, Milano, Feltrinelli,2008